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LO SPAZIO DI COPPIA ALLI’INTERNO DEL SETTING TERAPEUTICO

Tra me e te. 

 “…Vi siano però spazi nella vostra unione, 

così che i venti celesti possano danzare tra di voi.
Amatevi l’un l’altro, ma non rendete schiavitù l’amore:
sia piuttosto un mare che si muove tra le rive delle vostre anime.
Riempitevi l’un l’altro le coppe ma non bevete da una coppa soltanto.
Donatevi l’un l’altro il vostro pane ma non mangiate da un medesimo boccone.
Cantate e danzate insieme e siate lieti, ma che ognuno di voi sia solo,
come le corde del liuto sono sole sebbene vibrino della medesima musica.
Donatevi il cuore, senza però affidarvelo l’un l’altro.
Poiché solo la mano della Vita può contenere i vostri cuori.
E restate l’uno accanto all’altro ma non troppo vicini:
le colonne del tempio s’ergono separate tra loro,
e la quercia e il cipresso non crescono l’una nell’ombra dell’altro.”

Kahlil Gibran, Il Profeta  

Le coppie di cui nell’esperienza clinica ho incontrato i volti e intrecciato le storie, avevano come denominatore comune la necessità, il bisogno, a volte l’impellenza di cercare fuori, fuori dalle mura di casa, fuori dalle consolidate logiche e ragnatele comunicative, uno spazio, certamente protetto, alternativo, in cui poter arrivare a deporre le armi, ad incontrarsi davvero, come coppia ma anche come individui, a volte genitori, incontrovertibilmente figli, per definirsi e ridefinire un patto o permettersi di scioglierlo.

In una cornice sistemico-relazionale senza dubbio la terapia di coppia differisce da quella familiare o da quella individuale, non solo per le caratteristiche strutturali del sistema, ma anche per molti degli elementi costitutivi del processo terapeutico, tra cui gli obiettivi e i possibili esiti del percorso. L’intervento con la coppia, in prima analisi, raramente si confronta con un sintomo da risignificare, estinguere, o un ambito di fragilità specifico su cui lavorare, di conseguenza gli obiettivi terapeutici risultano molteplici e potremmo dire più “sfumati”. 

I partner arrivano in terapia sull’onda della stanchezza di un meccanismo che si è inceppato, di un corto circuito che spegne la luce e ferma il tempo di sviluppo e di crescita di ciascuno e dell’Insieme; la richiesta diretta, esplicita, presentata, prima di tutto a se stessi e poi al clinico, è spesso controversa. Numerose volte, infatti, la domanda riguarda la struttura del sistema e investe una puntuale e ricorrente decisione che resta fluttuante, a volte anche per molti anni, prima di guadagnare consistenza: continuare a stare insieme o separarsi? 

Ad un livello più profondo, la richiesta implicita di “gattopardiana” memoria è quasi sempre la stessa: cambiare perché niente cambi, muoversi restando fermi. Ma cosa significa restare fermi, forse restare in conflitto, in crisi? In terapia? Uniti o separati?

Il terzo nello spazio di coppia

Frequentemente il tradimento della promessa è uno dei problemi evidenziati dalle coppie nel momento in cui si sceglie di iniziare un percorso terapeutico, ma quanto può essere “affollato” il talamo? Esistono almeno quattro tipi di tradimento dell’intimità di coppia: un amante, la vita professionale, i figli e la famiglia d’origine (Andolfi, 1999). 

Sappiamo che lo spazio di coppia può essere un profondo contenitore di conflitti, di proiezioni, di bisogni infantili inespressi, negati. 

Si può affermare che tanto più soddisfacente e rispondente è stata la relazione primaria tanto più si potrà sviluppare un atteggiamento di fiducia nei confronti delle nuove relazioni. Il legame di coppia, infatti, rappresenta un luogo privilegiato in cui si concretizza un vero e proprio transfert (Whitaker, 1989), dove si riattualizzano dinamiche affettive e relazionali con le figure d’attaccamento originarie, figure che restano da sfondo e che concretamente e/o fantasmaticamente occupano lo “spazio di mezzo”, la strettoia o l’autostrada che conduce da me a te, da un partner all’altro. 

Nel processo di formazione di una coppia e lungo gli anni a venire, una delle imprese più impegnative riguarda la necessità di fondere due culture in una: insieme al patto affettivo-coniugale, i partner devono fare i conti con un “contratto implicito tra due famiglie” (ibidem). 

Per quanto ci si impegni a ripartire da zero, un progetto esistenziale condiviso rappresenta inevitabilmente la continuazione di due trame che come fili si intrecciano l’uno con l’altro generando nuovo tessuto, una narrazione familiare inedita e antica allo stesso tempo. 

Se la coppia rappresenta l’asse centrale della struttura familiare, relazione orizzontale fondamentale in mezzo tra la vecchia generazione quella dei nonni e la nuova dei figli (Andolfi, 2015), è altrettanto vero che entrambi questi piani generazionali intersecano e abitano stabilmente la dimensione della coppia; su questa gravano innegabilmente le maggiori pressioni intergenerazionali che spesso si declinano in collusioni o separazioni, parziali o incomplete.

Quindi non si è mai davvero in due?

In una “coppia armonica” (Andolfi, 2015), bilanciata, i partner si dimostrano capaci di condividere esperienze di vita e di rispettarsi vicendevolmente all’interno di una relazione intima e stabile, ciò che di ingombrante appartiene al passato (aspettative, miti, mandati, valori) non invade lo spazio ed il territorio della coppia, non si frappone, al contrario si configura come un valore prezioso che ognuno dei due custodisce all’interno di sé e di cui si fa portatore nella relazione, alla stregua di una dote affettiva. Un’unione è tanto più salda e matura quanto più si è coscienti delle aree di separazione che ci differenziano dall’altro e si è in grado di accettarle, quando cioè si resta in equilibrio tra appartenenza e separazione. 

Mantenere vivo un rapporto coniugale nel tempo può essere decisamente impegnativo, la posta in palio, ambiziosa, richiede di abbandonare il concetto di intimità fusionale che trova espressione nell’antico detto “sei la mia metà” per scoprire come far incontrare due unità capaci di dialogare in modo equilibrato.

Tra miti di unità e fantasmi di rottura che affollano il terreno di incontro, anche Gibran ci ricorda che l’esperienza di essere Insieme risiede nella distinzione, nella possibilità, in altre parole, di essersi quanto più avvicinati ad una “posizione Io” (Bowen, 1979), che muova primariamente verso una differenziazione di sé dalla matassa della propria famiglia d’origine.

Lo psicoterapeuta si fa terzo nello spazio relazionale

Infine, l’altro possibile terzo diviene lo psicoterapeuta (Fisher, 1999), anche nei suoi confronti può attivarsi una dipendenza nella sua funzione di testimone e garante. Vi può essere un gran timore che egli non assicuri quella posizione di equidistanza che garantisca un senso di parità, giustizia e riconoscimento individuale, attribuendogli talvolta il ruolo di “giudice” deputato a sancire, attraverso la sua competenza, il ruolo di vittima e carnefice, per esempio proprio di fronte ad un tradimento.

È necessario riuscire a mantenere una equilateralità o meglio, strategicamente muoversi alleandosi all’occorrenza con ciascuno, con le parti fragile dell’uno e dell’altro, senza perdere di vista la cura del terzo, questa volta inteso come la relazione tra due persone, affidata, da mandato, al clinico. Ciò che è utile, è che il terapeuta si ponga sia come attivatore delle dinamiche, sia come osservatore, costruendo un triangolo relazionale in cui essere la differenza e in cui osservare le differenze.

Tale movimento richiede il mantenimento di uno “stato mentale di coppia” (Morgan, 2018), che si fa largo dapprima, secondo alcuni autori, nella mente del terapeuta, per poi occupare il setting ed essere interiorizzato da entrambi i partner. La funzione consiste nel conservare contemporaneamente nella propria mente la presenza di entrambi i partner e allo stesso tempo le loro modalità relazionali. Questa capacità permette al terapeuta di comprendere e restituire “diluite” alla coppia le aree tematiche in cui si svolgono i conflitti e in cui risiedono le angosce condivise, le fantasie inconsce, i blocchi evolutivi.  

In una coppia in crisi, infatti, i partner non riescono a vedere la loro relazione e percepiscono soltanto i bisogni individuali, propri e dell’altro, senza accorgersi che hanno dato vita anche ad un organismo con funzionamento proprio, collaterale.

Il clinico si trova pertanto a lavorare all’interno di registri plurimi: uno coniugale ed uno individuale, uno esplicito ed uno implicito, uno richiesto ed uno temuto, lungo l’asse orizzontale delle relazioni e verticale del tempo che travalica le generazioni. 

In conclusione, sovente quando la coppia arriva in terapia cerca qualcosa che sente mancare: uno spazio appunto, un luogo fisico e della mente, un terreno comune in cui rincorrere illusoriamente e nostalgicamente il benessere perduto, una fusione a due, o conquistare un campo in cui permettersi di separarsi, prima che dall’Altro da parti di Sé depositate all’interno della relazione di coppia, inevitabilmente teatro occupato da diversi attori: dalla famiglia di origine agli amanti, dal lavoro ai figli. 

La terapia diviene così l’occasione per incontrarsi su un piano autentico, che parta e faccia ritorno alla Relazione passando dalle individualità di ognuno, in uno spazio terzo che si collochi contemporaneamente dentro e fuori la relazione. La “cura” consiste nel ripercorrere insieme la storia di sviluppo, facendo riemergere ferite ancora aperte (Andolfi, 2015), ricomponendo rapporti affettivi misconosciuti, idealizzati, spezzati, all’interno di un tempo creativo che non imprigioni in gabbie dorate sospendendo il tempo personale e di crescita.

L’oggetto elettivo d’attenzione resta la relazione di coppia in quanto tale, lo spazio triangolare; il terapeuta dovrebbe avere sempre a mente e muoversi dentro la relazione come atteggiamento mentale di base. In tal modo, può avvenire un graduale insight secondo cui nessuno sia portato a pensare più che il problema sia l’altro, soffermandosi maggiormente su ciò a cui insieme si è dato vita in un’ottica di complessità e circolarità.

La relazione è sempre un prodotto della descrizione doppia. È corretto (ed è un grande progresso) cominciare a pensare le due parti dell’interazione come due occhi, che separatamente forniscono una visione monoculare di ciò che accade e, insieme, una visione binoculare in profondità. Questa visione doppia è la relazione.” (Bateson G., 1984). 

BIBLIOGRAFIA

Andolfi M. (Ed). (1999), La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale. Raffaello Cortina, Milano.

Andolfi M., (2015), La terapia familiare multigenerazionale. Raffaello Cortina, Milano.

Andolfi M., Mascellani A., (2019), Intimità di coppia e trame familiari. Raffaello Cortina, Milano.

Bateson G., (1979), Mente e natura: un’unità necessaria. Tr. It. Adelphi, Milano, 1984.

Bowen M., (1979), Dalla Famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare. Tr. It. Astrolabio, Roma.

Fisher J., (1999), L’ospite inatteso. Dal narcisismo al rapporto di coppia. Tr. It. Raffaello Cortina, Milano, 2001.

Morgan M., (2018), Lo stato mentale di coppia. Il modello Tavistock Relationships, Tr. It. Raffaello Cortina, Milano, 2021.

Whitaker C.A., (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia. Tr. It. Astrolabio, Roma, 1990.

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